La sharing economy non è ribellione ma cultura

Gli albergatori di Chicago chiedono “dove finisce la condivisione e comincia l’affitto?” come i tassisti di Parigi e di Londra… ma la risposta se la vogliono vedere ce l’hanno già davanti agli occhi: il caos delle nostre città non può avere altra immediata soluzione che le automobili condivise e probabilmente già domani i taxi senza autista. Così come un Paese con milioni di seconde e terze case vuote come il nostro trova in questa opportunità un nuovo motore economico e sociale.

Non si tratta di una trappola della tecnologia “cattiva” ma di un movimento planetario che trova finalmente nella tecnica gli strumenti giusti per manifestarsi e conquistare uno spazio, e non è poco. E’ vero che alcune categorie risultano svantaggiate da queste trasformazioni, così come altre ne traggono stimolo ed altre ancora ne sono indifferenti, ma questo è sempre accaduto ad ogni pagina della storia economica occidentale e non potrebbe essere diversamente.

Ed infatti nessuno in Europa in America o in Asia ci mette davvero convinzione a fermare quest’onda: troppo alta, troppo vasta, troppo moderna e palesemente democraticamente trendy perché qualunque amministratore osi fermarla con il suo corpo (metaforico/ politico ovviamente).

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Non vogliamo fare la rivoluzione ma confrontarci con tutti e guidare questa trasformazione dall’interno nella giusta direzione, pagando le tasse e rispettando la legge, che sia già questa una novità?

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