Sharing economy come fenomeno sociale

Oggi 10 ottobre una doppia pagina sul Corriere firmata Dario Di Vico riempie un vuoto nella comunicazione della Sharing Economy parlandone finalmente come “fenomeno Sociale”. Giustamente Di Vico osserva come questo processo favorisca da una parte il “ceto medio” che cerca integrazioni al reddito ma dall’altra parte crei posti di lavoro “piuccheprecari” come i giovani che consegnano cibo in bicicletta per pochi spiccioli, ricadendo nel solito elastico tra chi ha bisogno di lavorare ed è disposto a farlo anche per poco o niente e chi di questo si approfitta.

L’articolo, molto lucido e preciso, accende una luce sulla confusione dialettica e culturale del mescolare cibo, trasporti ed abitazione nell’unico modello “Sharing” unendo processi che a mio parere è ingenuo accomodare tutti insieme sotto il cappello alla moda della “condivisione di beni” perché lontani uno dall’altro sia economicamente che socialmente. Cosa hanno in comune il tassista con o senza licenza che attende fuori dalla discoteca e lo studente che per un euro consegna cibo a domicilio, con il privato cittadino che affitta la propria casa? Attività quest’ultima garantita addirittura dallo stesso codice civile italiano? L’osservazione utile piuttosto è che il successo planetario di questo portale dipende dal fatto che l’abitazione sia il bene primario più diffuso nel Mondo, e che i fondatori di AIRBNB hanno avuto l’intuizione di semplificarlo al punto da permetterne l’accesso proprio a tutti. Ormai infatti più che di un portale si tratta di un archetipo della comunicazione commerciale copiato da tutti gli altri, come la CocaCola, diventato ormai un grandioso modello sociale ed economico: AIRBNB model appunto.

Di Vico riporta correttamente i dati del report annuale del portale, con le medie di occupazione e di reddito degli operatori che peraltro risultano ancora fortemente concentrati in sole quattro aree: Milano, Roma, Firenze e Venezia. Quello che però i numeri, ma nemmeno gli operatori interpellati esprimono, è come oggi questo mercato sia ancora dominato da figure professionali o “semi-professionali” che lottano per difenderne i confini dagli invasori “senza regole”. E’ solo il caso di precisare come questi ultimi non siano i profughi siriani o i minori albanesi abbandonati in romagna ma centinaia di migliaia di privati cittadini, impiegati, massaie, pensionati e studenti, che si apprestano ad entrare in questo nuovo modello economico con la propria casa o la propria stanza, e questo non “senza regole” come ormai ripetono anche in troppi, ma secondo le regole della legge esistente. Come osserva Dario Di Vico questo processo sta cambiando l’assetto sociale e gli equilibri dell’offerta di ospitalità in Italia, ci permettiamo di aggiungere… in meglio!

2 Commenti

  • Manuela Bruzzichelli

    Grazie! Affitto dal 2002 pagando le tasse dentro le regole di ciò che è concesso dalla legge. Potendo fare prezzi contenuti perché è casa mia quindi aperta e riscaldata anche in bassa stagione offrendo rifugio anche ad automobilisti in panne (ad esempio a febbraio quando l’ospitalità alberghiera latita ) o supplenti con contratti di 20 giorni che non hanno il tempo materiale di affittarsi un appartamento mi reputo quindi utile alla società!

    • Maurizio Beolchini

      il suo commento sarebbe da scolpire nella pietra all’ingresso di ogni città e paese, è esattamente quello che cerchiamo di spiegare ad albergatori &C: l’utente “tipo” di questo servizio non porta via spazio commerciale a nessuno del settore alberghiero, nemmeno ai B&B perchè si tratta proprio di una utenza alternativa.

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